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Steve McCurry: grandi ritratti in mostra a Brescia

Il Brescia Photo Festival ha ospitato la mostra Leggere di Steve McCurry

Durante il Brescia Photo Festival ho avuto l’opportunità di visitare al Museo Santa Giulia le mostre Leggere di Steve McCurry e Magnum la Première Fois.
Qui racconterò della mia esperienza all’esposizione del grande fotografo americano, lasciando ad un altro post il resoconto delle sensazioni nate guardando le foto della mostra Magnum.

La Locandina del Brescia Photo Festival

 

L’allestimento

Confesso che ho aspettato gli ultimi giorni per vedere la mostra di McCurry: i feedback che mi arrivavano da amici e parenti erano entusiastici, un po’ meno quelli dei colleghi fotografi. La prima cosa che mi ha colpito molto positivamente è stato l’allestimento (progettato da Peter Bottazzi e realizzato da Krea Allestimenti): sobrio ed elegante, con alcune frasi e citazioni riguardanti la lettura scelti da Roberto Cotroneo e stampati su supporti che sembravano pagine di libri: un’idea visivamente molto coinvolgente.

Una sala della mostra (©Krea Allestimenti)

La mostra

Le foto della mostra (tante, non le ho contate, ma è una mostra che non ti lascia la sensazione di essere messa insieme con qualche opera raffazzonata) sono esteticamente ineccepibili, alcune meravigliose. D’altronde è quello che ci si aspetta da uno dei migliori fotografi viventi al mondo, ormai conosciuto a livello planetario come una rockstar. Personalmente in mezzo a tanta perfezione estetica mi è mancata un po’ di anima: mi spiego meglio… Si vedeva secondo me che questa è una mostra d’archivio, pescando nella colossale memoria analogica e digitale di McCurry e creando ex-post una mostra con un fil rouge legato alla lettura. Diversi secondo me i progetti che nascono da una reale necessità dell’artista e non da uno studio di marketing fatto per valorizzare un archivio fotografico.

In mostra anche quel ritratto meraviglioso fatto all’ “altra ragazza afghana”, non Sharbat Gula per intenderci, quella della copertina di National Geographic e che è diventata un’icona del fotogiornalismo. Intendo la foto scattata a Peshawar nel 2002 Afghan girl with green shawl: un ritratto di una bellezza e poesia da rapire il fiato

Afghan girl with green shawl © Steve McCurry

 

Eccesso di Photoshop? Le critiche a McCurry

Ero curioso anche di vedere McCurry all’opera dopo le numerose critiche per i grossolani fotoritocchi ad una sua foto cubana in mostra a Torino nel 2016 e che costarono il posto ad un suo dipendente che venne incolpato dell’errore. All’epoca si alzarono violenti gli scudi di chi riteneva inammissibile ritoccare una foto documentaristica in mostra, al chè McCurry spiazzò tutti dicendo che non si considerava (più?) un fotogiornalista, ma un artista. Quindi criticabile dal punto di vista professionale per un ritocco mal riuscito, meno invece dal punto di vista etico.

Ho sempre avuto allergia per i pasdaran da salotto, quelli che amano fare sofismi con un bicchiere di bollicine in mano ad un’inaugurazione. E il bel video a supporto della mostra mi ha rincuorato. Si tratta di un documentario di circa 15′ che ripercorre gli esordi della carriera di Steve McCurry. E che ricorda a tutti che il buon Steve fu l’unico giornalista occidentale ad entrare in Afghanistan dal confine pakistano, prima dell’invasione russa, travestito da contadino. Dopo aver nascosto nei vestiti i rullini riuscì a farli pubblicare dal New York Times e Time e vinse la Robert Capa Gold Metal.

 

Il mondo secondo Steve

Poi da bravo americano McCurry ha sempre bilanciato la propria aspirazione e passione per la fotografia con la vendibilità di un prodotto e con l’andare del tempo è diventato una istituzione, perdendo forse un po’ di spontaneità. Ho letto anche il libro intervista che ha fatto con Gianni Riotta, Il mondo di Steve McCurry e anche qui ho trovato numerosi spunti interessanti, aldilà di quelli di cronaca e biografici, soprattutto sul suo modo di approcciare la fotografia. In particolare sentirlo parlare quasi in termini metafisici riguardo alla propria predisposizione d’animo quando si esce a fotografare mi ha fatto molto riflettere. Effettivamente, me ne rendo conto anch’io, le cose non accadono per caso quando sei in strada a fotografare. Dipende tutto da come stai tu, dal tuo stato d’animo, da quanto sei aperto e pronto ad accogliere le meravigliose coincidenze della vita, gli attimi che passano e cercano qualcuno pronto a vederli (e a coglierli). Questa verità che può apparire banale è invece di grande profondità e dà un senso diverso alle cose. Lo stesso McCurry dice nel libro che i suoi numerosi viaggi in Oriente lo hanno profondamente influenzato a livello spirituale. Personalmente credo che questa continua tensione tra il suo essere un’istituzione e un’icona forse un po’ ingombrante contrapposta alla sua profonda spiritualità orientale lo rendano un grande fotografo contemporaneo.

 

 

Link:

Brescia Photo Festival Mostra Leggere di Steve McCurry

Le critiche a McCurry

Il Mondo di Steve McCurry

Mostra al Brescia Photo Festival

Una mia mostra al Brescia Photo Festival per la Mille Miglia

In occasione della nuova edizione della gara di regolarità per auto storiche Mille Miglia, il curatore del Brescia Photo Festival Renato Corsini mi ha chiesto di realizzare un reportage fotografico su una realtà specifica legata al mondo dei motori: quella relativa alla velocità virtuale. Confesso che me la cavo meglio con la macchina fotografica piuttosto che con il volante o con un joystick: infatti la mia conoscenza relativa al mondo dei video giochi di auto e gare automobilistiche era ferma ai ricordi dell’adolescenza, quando con i compagni dell’Arnaldo ogni tanto, soprattutto durante gli scioperi, si “bruciava” e si faceva una capatina nelle sale giochi di allora,  il mitico Piccadilly all’angolo di via X Giornate (quello  più fighetto, contrapposto a quello della stazione).
Erano luoghi permeati di un’oscura carica trasgressiva, dove le risse erano all’ordine del giorno e dove le “saponette” dell’Arnaldo non erano ben viste.

Da allora non ho praticamente più toccato un computer per giocare ad un videogame: quando ho cominciato ad informarmi sul mondo attuale delle gare automobilistiche elettroniche ho scoperto che le sale giochi tradizionali praticamente non esistono più da anni, soppiantate dalla doppia spinta delle Playstation domestiche e delle sale slot, ben più redditizie per i gestori. Per settimane ho vagato online su siti e forum, per scoprire che i video giochi di auto, se ancora si possono chiamare così, sono una nicchia di un fenomeno vastissimo. Ora parlare di videogames è riduttivo: la parola d’ordine della velocità virtuale è sim racing, con tanto di campionati automobilistici virtuali, live streaming, scuderie ufficiali, televisioni al seguito e fiere dedicate come quella di Nurburg.

Dopo avere frequentato un po’ questo mondo, scoperto che è un mondo molto domestico e non troppo fotogenico (la maggior parte dei driver partecipa ai campionati al proprio pc di casa), aver sbattuto la faccia contro qualche muro confesso che la mia conoscenza dei motori e dei videogames è migliorata solo leggermente.
Per fortuna lungo il percorso ho avuto la fortuna di incontrare due persone, Luca e Davide, che gestiscono due nuovi centri di simulazione di velocità virtuale agli antipodi della provincia bresciana, a Desenzano e Orzivecchi. Grazie a loro ho scoperto che esistono appunto dei saloni specializzati con diverse postazioni dotate di tecnologie avanzatissime che ti consentono di provare l’ebbrezza della guida di una vettura di Formula 1.

 

Fiera dedicata al Sim Racing di Nurburg

Il centro D2D Simulation

Il centro Virtual Racing a Desenzano del Garda

 

Brescia Photo Festival

Il più grande evento di fotografia a Brescia degli ultimi anni

Alla fine Renato Corsini ce l’ha fatta ad organizzare a Brescia un grande Festival di fotografia internazionale. E’ riuscito dove molti  avevano provato, pur con ottimi risultati e grandi meriti, si pensi alle Biennali di Ken Damy. Corsini, coadiuvato da Brescia Musei e dall’amministrazione ha organizzato finalmente un festival  di respiro in una città come Brescia che pullula di gallerie d’arte, collezionisti e fotografi. Mettendo insieme istituzioni, Macof e approfittando delle immediata dipsonibilità di una mostra dell’agenzia Magnum (la più prestigiosa al mondo) è stata organizzata in grande fretta la prima edizione del Brescia Photo festival. E tutti in città, compresi gli inevitabili critici e “haters”, sperano che questo appuntamento diventi fisso: è troppo eccitante vedere la città pulsare di fotografia come in questo 7 marzo, data dell’inaugurazione.

La mostra di Uliano Lucas

Tralasciando per una prossima visita le mostre al Museo santa Giulia (la prima mondiale di “Leggere” di Steve McCurry e le mostre dell’agenzia Magnum) io sono andato al Macof a vedere la corposa retrospettiva su Uliano Lucas, un fotoreportagista di carattere, uno di quei mostri sacri che sono il pane di Renato Corsini gallerista. Molto belle le serie sul lavoro, sulle tensioni sociali degli anni ’70 e sulle prime ondate di immagrazione in Europa.
Immagini analogiche che hanno il pregio di documentare grandi trasformazioni sociali: a guardarle oggi, a distanza di 40 anni, sembra che siano passate ere geologiche. In realtà basta cambiare i nomi e le logiche sono sempre quelle: i poveri si spostano sempre verso il benessere e la modernità, incantati dalle sirene di un consumismo che sembra alla portata. E allora il pranzo domenicale degli immigrati meridionali degli anni ’70, particolarmente ricco e abbondante come a scacciare i fantasmi recenti della miseria, diventa la metafora di tanti immigrati che oggi scavalcano le frontiere della Fortezza Europa, sperando in un avvenire per i propri figli. Tra le tante belle immagini, che rimangono scolpite nell’inconscio, una mi ha veramente colpito: è lo scheletro di un condominio milanese negli anni ’70 con i suoi loculi/appartamenti tutti uguali nel loro tentativo di distinguersi, con i panni stesi e le alfasud parcheggiate nel posto auto. Da brivido…

Caio Mario Garrubba e le altre mostre

Molto interessanti anche le altre mostre ospitate al Macof: gli anni cinesi di Caio Mario Garrubba, un grande affresco sulla Cina Maoista quando questa non andava così di moda come oggi. Basti dire che Garrubba fu il secondo fotografo occidentale ad entrare nella Cina Moista dopo Cartier-Bresson.
L’attrice bresciana Camilla Filippi in Psychedelic Breakfast gioca con la sua molteplice personalistà e interpreta ogni mattina un personaggio diverso, immortalandosi con un autoironico selfie. E in Wunderkammer. La stanza delle meraviglie si può vedere una mostra collettiva di opere fotografiche di artisti contemporanei italiani, composta da stampe di esclusiva manifattura analogica: sperimentazioni e rivisitazioni delle tecniche antiche ed alternative.

Il Macof e la sua collezione permanente di fotografia italiana del Dopoguerra

Senza dimenticare che il Macof ospita duecentocinquanta fotografie di quarantanove fra i maggiori protagonisti della fotografia italian: una corposa testimonianza della storia della fotografia italiana del Secondo novecento. I fotografi in mostra: Paola Agosti, Maria Vittoria Backhaus, Studio Ballo, Marina Ballo Charmet, Gian Paolo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Carlo Bavagnoli, Sandro Becchetti, Gianni Berengo Gardin, Giovanna Borgese, Giuseppe Bruno, Romano Cagnoni, Lisetta Carmi, Alfa Castaldi, Elisabetta Catalano, Carla Cerati, Francesco Cito, Mario Cresci, Luciano D’Alessandro, Tano D’Amico, Mario De Biasi, Mario Dondero, Franco Fontana, Federico Garolla, Caio Mario Garrubba, Giovanni Gastel, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Paolo Gioli, Frank Horvat, Mimmo Jodice, Giorgio Lotti, Uliano Lucas, Pepi Merisio, Nino Migliori, Ugo Mulas, Occhiomagico, Carlo Orsi, Giuseppe Palmas, Federico Patellani, Gianni Pezzani, Franco Pinna, Piero Raffaelli, Tazio Secchiaroli, Enzo Sellerio, Gianni Turillazzi, Massimo Vitali.

 

Ecco il sito del Festival

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    Photoshop e la fine della fotografia

    Oggi con Photoshop non esiste più la fotografia

    Eccolo qui l’altro grande tabù della fotografia contemporanea: Photoshop! A tutti è capitato di criticare un’immagine perché palesemente artefatta col computer. Quasi che la realtà (un concetto alquanto ambiguo in fotografia) sia migliore della sua rappresentazione. E mi ricollego al primo post della serie “Luoghi comuni in fotografia” quello sulla dicotomia fotografia analogica vs fotografia digitale: alla camera oscura e alle sue infinite possibilità creative ed interpretative da un punto di vista artistico: durante la mia esperienza dal vivo ad un certo punto Renato Corsini ha estratto strani oggetti per fare delle mascherature. E non ci si ferma lì: collage, pennellate, manipolazioni.
    Se anche il Metropolitan Museum di New York ha tenuto una mostra intitolata “Faking It: Manipulated Photography Before Photoshop” qualcosa di vero ci dev’essere nell’idea che il fotoritocco non l’abbiano inventato le software house 🙂

    La mostra di New York mostra quanto già alle origini della fotografia il concetto di realtà fosse illusorio e relativo. E il tentativo di convincere uno spettatore, sicuramente più ingenuo visivamente di oggi, con immagini surreali che vanno contro il verosimile, oggi non solo sorprende e affascina, ma dovrebbe anche fare riflettere i pasdaran della fotografia analogica “non manipolata”.

    D’altronde se la Adobe, la casa produttrice di Photoshop, ha chiamato Lightroom , ossia camera chiara, uno dei loro prodotti di punta per i fotografi, un motivo ci dovrà pur essere.. E non credo che abbiano letto tutti l’omonimo saggio di Roland Barthes.

    Faking it mostra al Met di New York: Fotoritocco e foto manipolazione prima di Photoshop

    Il link alla mostra su Photoshop Vintage al Metropolitan Museum di New York

    Fotografia analogica o digitale

    Fotografia analogica vs Fotografia digitale

    Ci sono alcuni temi ricorrenti nella carriera di un professionista dell’immagine, quelli che io chiamerei I turbamenti del giovane… fotografo. Sono leitmotiv che generalmente assomigliano più a passatempi e chiacchere da bar, ma personalmente sentivo il bisogno di sistematizzare questi luoghi comuni sulla fotografia, anche per fare chiarezza dentro di me

    Ecco il primo:

    1. Con l’avvento del digitale la fotografia è morta

    Questo è un cavallo di battaglia evergreen e prima o poi lo sentirete citare sia da attempati signori con vezzose sciarpe al collo (che fanno tanto artista 😉 ) e a tracolla una Leica M6, sia da insospettabili giovani hipster con l’iPhone che spunta impertinente dalla tasca dei jeans.
    Per esempio all’inizio del 2015 a Brescia ha chiuso Patera, uno storico e bravissimo stampatore analogico in bianco e nero, che ha testualmente dichiarato che per lui “la fotografia digitale semplicemente non è fotografia“.
    Altri miei cari amici fotografi, vere e proprie icone bresciane, hanno l’allergia alle reflex digitali e  si sentono in imbarazzo con una macchina fotografica dotata di sensore.

    Io invece ritengo che lo strumento non dovrebbe mai prevalere sul contenuto. Parafrasando Ernst Haas direi che non bisogna mai giudicare un fotografo dal tipo di macchina che usa, ma da come la usa.

    Per ogni lavoro va bene un tipo di strumento: se devo fare reportage di guerra in trincea va benissimo usare digitali compatte e poco ingombranti come faceva Alex Majoli più di 10 anni fa con le Olympus C4040, macchine da 4 megapixel.
    Se invece dovrò realizzare una campagna pubblicitaria che prevede delle maxi affissioni probabilmente andrò su macchine medio formato, più lente ma con file molto più ricchi di informazioni e dettaglio.
    Se invece sono un artista e il mio valore  si calcola anche dal numero delle stampe numerate che faccio è probabile che mi indirizzi verso una macchina a pellicola.

    Senza fissazioni e feticismi però 🙂
    Confesso comunque che vedere nascere un’immagine in camera oscura è un rituale magico che ha un fascino ineguagliato.
    La prima volta che mi è capitato è stato quando il fotografo, gallerista e fine stampatore Renato Corsini mi ha invitato nella sua camera oscura e mi ha mostrato la magia del vedere affiorare l’immagine sulla carta, per poi passare alla fase delle mascherature, una procedura nel suo complesso quasi alchemica.

    Inoltre da qualche anno l’introduzione del formato digitale  RAW ha sparigliato ulteriormente le carte: ora le fasi di sviluppo e stampa nel digitale avvengono in modo  del tutto similare a quanto avveniva con la  pellicola. Il file RAW infatti viene considerato a tutti gli effetti un negativo digitale, non pronto per la stampa (fisicamente su carta o digitalmente su file) e deve seguire un processo di elaborazione, di raw conversion e di digital enhancing.

    Già ai tempi dell’analogico la fase di sviluppo e stampa era fondamentale. Basta considerare il ruolo che alcuni stampatori come George Fevre o Jean-Yves Bregand hanno avuto su lavori di mostri sacri della fotografia come Salgado o Koudelka.

    Guardate ad esempio come cambia una foto: la prima è una tsmpa “diretta”, la seconda una stampa usando la tecnica del dodge & burn, ossia schiarendo e scurendo diverse parti dell’immagine.

    ©Sebastiao Salgado/Magnum, Brasil, 1980. Printed by Jean-Yves Bregand. Analogic “direct” print
    ©Sebastiao Salgado/Magnum, Brasil, 1980. Printed by Jean-Yves Bregand. Dodge and burn print

    Leggi il secondo post sui luoghi comuni nella fotografia >> Photoshop

     

    Fotografi bresciani premiati

    Il progetto Yourself dell’omonimo collettivo vince il primo PhotoEbook

    Il collettivo Yourself, di cui faccio parte insieme ai fotografi bresciani Roberto Massini e Cristian Zambelli, ha vinto la prima edizione del concorso fotografico PhotoEbook indetto dalla casa editrice Emuse.

    >> Cos’è Yourself?

    Yourself è un collettivo ed un progetto fotografico di reportage sociale. Per oltre un anno abbiamo frequentato a Brescia gli spazi dismessi delle aree abbandonate dell’ex Metallurgica Tempini, nella zona tra via Milano ed il cimitero. Qui abbiamo conosciuto, e  poi fotografato, la vita delle persone che lì vivevano in condizioni estreme. Ali dal Mali e Richi dal Punjab ci hanno aperto le loro abitazioni temporanee e uno squarcio della loro vita.

    Dopo un periodo di “embargo” auto imposto per non creare problemi agli abitanti di Yourself, abbiamo deciso che era giunto il momento di far uscire questo progetto, per cercare di far conoscere, ai bresciani in primis, una realtà di emarginazione invisibile, situata a poche centinaia di metri da poli dello shopping cittadino come il centro commerciale Freccia Rossa.
    Ghetti come Yourself sono diffusi in tutta Italia, soprattutto nella ricca (una volta?) e annoiata provincia del Nord Italia: ecco perchè questo progetto trascende i confini locali, diventando purtroppo una conseguenza di politiche sbagliate sull’immigrazione.

    Per vedere le foto e per tutti gli approfondimenti visitate il sito www.yourselfproject.com

    L’articolo di BresciaOggi che parla del premio

    Lil Klips beatbox hip hop

    Work in progress sul beatboxer Isam Maarouf, in arte Lil Klips.
    Lil Klips nasce ad Agadir nel 1993 e nel 2008 si avvicina all’arte del Beatboxing. Dopo aver raggiunto una certa notorietà grazie ad alcuni spot della TIM, nel 2015 Lil Klips è stato nominato vice campione italiano della disciplina durante la Beatbox battle (vedi sotto)

    Il beatbox è quella disciplina nata per creare le basi ritmiche degli Mc di strada. Attualmente è considerata la quinta disciplina del mondo hip hop (writing, mciing, djing, breaking, beatboxing)

    Ecco il video della finalissima della Italian beatBox 2015

    Isam spiega la sua passione per la beatbox nel video Tim

    Ed ecco uno dei video Tim sulla beatbox

    Immigrati a Brescia

    Immigrati Brescia: Progetto collettivo sull’imigrazione

    Alcuni scatti di un progetto collettivo realizzato con i fotografi bresciani Roberto Massini e Cristian Zambelli sul tema dell’immigrazione nella nostra città.

    Sempre sul tema dell’immigrazione bresciana ho realizzato alcune fotografie in alcuni ristoranti etnici presenti a Brescia. Puoi vedere il lavoro a questo link.

    Scatti realizzati con tecnica in stile strobist con flash off – camera

    Workshop fotografico con Donald Weber – VII agency

    Workshop fotografico VII Shoot con Donald Weber

    Durante il festival Fotografia Europea di Reggio Emilia sono stati selezionati 2 studenti per partecipare ad un workshop fotografico con un fotografo master dell’agenzia VII.
    Io ho seguito quello con Donald Weber, premiato al World Press Photo nel 2006 e nel 2012, con tema “Integrazione scolastica”.

    Un’atmosfera unica, tante mostre interessanti e la possibilità di lavorare fianco a fianco con uno dei fotografi internazionali più stimolanti sono stati per me una grande fonte d’ispirazione.

    Impagabile vederlo al lavoro nella fase di editing, quasi un solfeggio musicale il ritmo che per lui deve emanare dal racconto fotografico.

    E il suo consiglio per me più prezioso: “Don’t run. Stay. And feel.”

    www.viiphoto.com
    www.fotografiaeuropea.com
    donaldweber.com
    www.worldpressphoto.org

    Guarda il video dello slideshow dei lavori dei partecipanti al workshop fotografico VII HOST

    Gallery

    Ingresso nella scuola
    Studentessa durante una lezione
    Un giovane studente di origine cinese partecipante al progetto della web radio studentesca
    Interno della sala insegnanti
    Lezione di musica
    Durante la lezione
    Reggio Emilia è una delle città col maggior tasso di immigrati in Italia
    Sala insegnanti
    Un alunno durante il workshop fotografico con Donald Weber
    Un interno della scuola media Da Vinci di Reggio Emilia

     

    Mostra fotografica a Brescia “Fuori i secondi” sulla boxe – maggio 2011

    Dentro un ring o fuori non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra.
    (Muhammad Ali).

    Martedì 3 Maggio alle ore 19,00 alla WavePhotogallery di Brescia verrà inaugurata la mia mostra fotografica “Fuori i secondi”, reportage fotografico sul pugilato. Tutto nasce una sera di maggio del 2010 quando al palazzetto San Filippo di Brescia la Loreni Boxe con il club San Rocchino organizzò la “Notte delle stelle” riportando la grande boxe a Brescia. Per me, che non avevo mai visto un incontro dal vivo, fu amore a prima vista. Influenzato dalle pellicole statunitensi sull’argomento, prima tra tutti Toro scatenato di Martin Scorsese, non ho avuto dubbi sulla resa in bianco e nero del progetto. Da quella sera è iniziato un percorso di scoperta del fenomeno boxe che ha visto passare da Brescia e dalla scuderia Loreni alcuni tra i pugili più promettenti a livello internazionale: Brunet Zamora “El italian salsero” (campione del mondo Wba superleggeri), Leonard Bundu (titolo europeo welter), Matteo “Grissino” Modugno (campione italiano dei massimi) o l’idolo locale Cristian Dolzanelli.

    Il progetto mi ha poi portato a Brescia, in via Zara 43, dove seminascosta da un condominio, si trova la gloriosa Mariani Boxe Ring Brescia, nata alcuni anni fa dalla fusione fra le due realtà storiche, la Mariani del 1951 e la Boxe Ring Brescia del 1958. Un luogo mitico, dove dai muri trasudano anni di fatica e d’impegno. In questo lavoro ho cercato di rivolgere l’obiettivo su atleti, allenatori, pubblico e tifosi, sulle sconfitte ma anche sulle vittorie, a testimoniare una realtà di grande intensità emotiva.

    Insomma: storie di pugili e sport, ma soprattutto di vita.

     

    Baisakhi a Brescia

    Baisakhi Brescia: la grande festa sikh

    A Brescia c’è il tempio sikh (gurdwara) più importante nel nord Italia. Ogni primavera più di 15.000 sikh dal Nord Italia Italia si riuniscono nella città di Brescia per partecipare  al Baisakhi (o Vaisakhi ).

    Brescia, nel nord Italia , è una città in Europa con la maggiore percentuale di cittadini immigrati extracomunitari . Ogni primavera la grande comunità sikh celebra il Vaisakhi . Vaisakhi (noto anche come Baisakhi ) è una festa del raccolto  celebrata in tutti gli stati indiani del Nord soprattutto Punjab e da tutti i punjabi siano essi e indù , sikh e musulmani .

    Nel Sikhismo , è una delle feste più importanti nel calendario Sikh , che commemora l’istituzione della Khalsa a Anandpur Sahib nel 1699, da parte del 10°  Guru Sikh, Guru Gobind Singh .
    A Flero, in provincia di Brescia, c’è il tempio sikh più importante nel nord Italia e per il Vaisakhi arrivano oltre 15.000 sikh provenienti da ogni regione del nord Italia.