Archivi categoria: mostre

Steve McCurry: grandi ritratti in mostra a Brescia

Il Brescia Photo Festival ha ospitato la mostra Leggere di Steve McCurry

Durante il Brescia Photo Festival ho avuto l’opportunità di visitare al Museo Santa Giulia le mostre Leggere di Steve McCurry e Magnum la Première Fois.
Qui racconterò della mia esperienza all’esposizione del grande fotografo americano, lasciando ad un altro post il resoconto delle sensazioni nate guardando le foto della mostra Magnum.

La Locandina del Brescia Photo Festival

 

L’allestimento

Confesso che ho aspettato gli ultimi giorni per vedere la mostra di McCurry: i feedback che mi arrivavano da amici e parenti erano entusiastici, un po’ meno quelli dei colleghi fotografi. La prima cosa che mi ha colpito molto positivamente è stato l’allestimento (progettato da Peter Bottazzi e realizzato da Krea Allestimenti): sobrio ed elegante, con alcune frasi e citazioni riguardanti la lettura scelti da Roberto Cotroneo e stampati su supporti che sembravano pagine di libri: un’idea visivamente molto coinvolgente.

Una sala della mostra (©Krea Allestimenti)

La mostra

Le foto della mostra (tante, non le ho contate, ma è una mostra che non ti lascia la sensazione di essere messa insieme con qualche opera raffazzonata) sono esteticamente ineccepibili, alcune meravigliose. D’altronde è quello che ci si aspetta da uno dei migliori fotografi viventi al mondo, ormai conosciuto a livello planetario come una rockstar. Personalmente in mezzo a tanta perfezione estetica mi è mancata un po’ di anima: mi spiego meglio… Si vedeva secondo me che questa è una mostra d’archivio, pescando nella colossale memoria analogica e digitale di McCurry e creando ex-post una mostra con un fil rouge legato alla lettura. Diversi secondo me i progetti che nascono da una reale necessità dell’artista e non da uno studio di marketing fatto per valorizzare un archivio fotografico.

In mostra anche quel ritratto meraviglioso fatto all’ “altra ragazza afghana”, non Sharbat Gula per intenderci, quella della copertina di National Geographic e che è diventata un’icona del fotogiornalismo. Intendo la foto scattata a Peshawar nel 2002 Afghan girl with green shawl: un ritratto di una bellezza e poesia da rapire il fiato

Afghan girl with green shawl © Steve McCurry

 

Eccesso di Photoshop? Le critiche a McCurry

Ero curioso anche di vedere McCurry all’opera dopo le numerose critiche per i grossolani fotoritocchi ad una sua foto cubana in mostra a Torino nel 2016 e che costarono il posto ad un suo dipendente che venne incolpato dell’errore. All’epoca si alzarono violenti gli scudi di chi riteneva inammissibile ritoccare una foto documentaristica in mostra, al chè McCurry spiazzò tutti dicendo che non si considerava (più?) un fotogiornalista, ma un artista. Quindi criticabile dal punto di vista professionale per un ritocco mal riuscito, meno invece dal punto di vista etico.

Ho sempre avuto allergia per i pasdaran da salotto, quelli che amano fare sofismi con un bicchiere di bollicine in mano ad un’inaugurazione. E il bel video a supporto della mostra mi ha rincuorato. Si tratta di un documentario di circa 15′ che ripercorre gli esordi della carriera di Steve McCurry. E che ricorda a tutti che il buon Steve fu l’unico giornalista occidentale ad entrare in Afghanistan dal confine pakistano, prima dell’invasione russa, travestito da contadino. Dopo aver nascosto nei vestiti i rullini riuscì a farli pubblicare dal New York Times e Time e vinse la Robert Capa Gold Metal.

 

Il mondo secondo Steve

Poi da bravo americano McCurry ha sempre bilanciato la propria aspirazione e passione per la fotografia con la vendibilità di un prodotto e con l’andare del tempo è diventato una istituzione, perdendo forse un po’ di spontaneità. Ho letto anche il libro intervista che ha fatto con Gianni Riotta, Il mondo di Steve McCurry e anche qui ho trovato numerosi spunti interessanti, aldilà di quelli di cronaca e biografici, soprattutto sul suo modo di approcciare la fotografia. In particolare sentirlo parlare quasi in termini metafisici riguardo alla propria predisposizione d’animo quando si esce a fotografare mi ha fatto molto riflettere. Effettivamente, me ne rendo conto anch’io, le cose non accadono per caso quando sei in strada a fotografare. Dipende tutto da come stai tu, dal tuo stato d’animo, da quanto sei aperto e pronto ad accogliere le meravigliose coincidenze della vita, gli attimi che passano e cercano qualcuno pronto a vederli (e a coglierli). Questa verità che può apparire banale è invece di grande profondità e dà un senso diverso alle cose. Lo stesso McCurry dice nel libro che i suoi numerosi viaggi in Oriente lo hanno profondamente influenzato a livello spirituale. Personalmente credo che questa continua tensione tra il suo essere un’istituzione e un’icona forse un po’ ingombrante contrapposta alla sua profonda spiritualità orientale lo rendano un grande fotografo contemporaneo.

 

 

Link:

Brescia Photo Festival Mostra Leggere di Steve McCurry

Le critiche a McCurry

Il Mondo di Steve McCurry

Mostra al Brescia Photo Festival

Una mia mostra al Brescia Photo Festival per la Mille Miglia

In occasione della nuova edizione della gara di regolarità per auto storiche Mille Miglia, il curatore del Brescia Photo Festival Renato Corsini mi ha chiesto di realizzare un reportage fotografico su una realtà specifica legata al mondo dei motori: quella relativa alla velocità virtuale. Confesso che me la cavo meglio con la macchina fotografica piuttosto che con il volante o con un joystick: infatti la mia conoscenza relativa al mondo dei video giochi di auto e gare automobilistiche era ferma ai ricordi dell’adolescenza, quando con i compagni dell’Arnaldo ogni tanto, soprattutto durante gli scioperi, si “bruciava” e si faceva una capatina nelle sale giochi di allora,  il mitico Piccadilly all’angolo di via X Giornate (quello  più fighetto, contrapposto a quello della stazione).
Erano luoghi permeati di un’oscura carica trasgressiva, dove le risse erano all’ordine del giorno e dove le “saponette” dell’Arnaldo non erano ben viste.

Da allora non ho praticamente più toccato un computer per giocare ad un videogame: quando ho cominciato ad informarmi sul mondo attuale delle gare automobilistiche elettroniche ho scoperto che le sale giochi tradizionali praticamente non esistono più da anni, soppiantate dalla doppia spinta delle Playstation domestiche e delle sale slot, ben più redditizie per i gestori. Per settimane ho vagato online su siti e forum, per scoprire che i video giochi di auto, se ancora si possono chiamare così, sono una nicchia di un fenomeno vastissimo. Ora parlare di videogames è riduttivo: la parola d’ordine della velocità virtuale è sim racing, con tanto di campionati automobilistici virtuali, live streaming, scuderie ufficiali, televisioni al seguito e fiere dedicate come quella di Nurburg.

Dopo avere frequentato un po’ questo mondo, scoperto che è un mondo molto domestico e non troppo fotogenico (la maggior parte dei driver partecipa ai campionati al proprio pc di casa), aver sbattuto la faccia contro qualche muro confesso che la mia conoscenza dei motori e dei videogames è migliorata solo leggermente.
Per fortuna lungo il percorso ho avuto la fortuna di incontrare due persone, Luca e Davide, che gestiscono due nuovi centri di simulazione di velocità virtuale agli antipodi della provincia bresciana, a Desenzano e Orzivecchi. Grazie a loro ho scoperto che esistono appunto dei saloni specializzati con diverse postazioni dotate di tecnologie avanzatissime che ti consentono di provare l’ebbrezza della guida di una vettura di Formula 1.

 

Fiera dedicata al Sim Racing di Nurburg

Il centro D2D Simulation

Il centro Virtual Racing a Desenzano del Garda

 

Brescia Photo Festival

Il più grande evento di fotografia a Brescia degli ultimi anni

Alla fine Renato Corsini ce l’ha fatta ad organizzare a Brescia un grande Festival di fotografia internazionale. E’ riuscito dove molti  avevano provato, pur con ottimi risultati e grandi meriti, si pensi alle Biennali di Ken Damy. Corsini, coadiuvato da Brescia Musei e dall’amministrazione ha organizzato finalmente un festival  di respiro in una città come Brescia che pullula di gallerie d’arte, collezionisti e fotografi. Mettendo insieme istituzioni, Macof e approfittando delle immediata dipsonibilità di una mostra dell’agenzia Magnum (la più prestigiosa al mondo) è stata organizzata in grande fretta la prima edizione del Brescia Photo festival. E tutti in città, compresi gli inevitabili critici e “haters”, sperano che questo appuntamento diventi fisso: è troppo eccitante vedere la città pulsare di fotografia come in questo 7 marzo, data dell’inaugurazione.

La mostra di Uliano Lucas

Tralasciando per una prossima visita le mostre al Museo santa Giulia (la prima mondiale di “Leggere” di Steve McCurry e le mostre dell’agenzia Magnum) io sono andato al Macof a vedere la corposa retrospettiva su Uliano Lucas, un fotoreportagista di carattere, uno di quei mostri sacri che sono il pane di Renato Corsini gallerista. Molto belle le serie sul lavoro, sulle tensioni sociali degli anni ’70 e sulle prime ondate di immagrazione in Europa.
Immagini analogiche che hanno il pregio di documentare grandi trasformazioni sociali: a guardarle oggi, a distanza di 40 anni, sembra che siano passate ere geologiche. In realtà basta cambiare i nomi e le logiche sono sempre quelle: i poveri si spostano sempre verso il benessere e la modernità, incantati dalle sirene di un consumismo che sembra alla portata. E allora il pranzo domenicale degli immigrati meridionali degli anni ’70, particolarmente ricco e abbondante come a scacciare i fantasmi recenti della miseria, diventa la metafora di tanti immigrati che oggi scavalcano le frontiere della Fortezza Europa, sperando in un avvenire per i propri figli. Tra le tante belle immagini, che rimangono scolpite nell’inconscio, una mi ha veramente colpito: è lo scheletro di un condominio milanese negli anni ’70 con i suoi loculi/appartamenti tutti uguali nel loro tentativo di distinguersi, con i panni stesi e le alfasud parcheggiate nel posto auto. Da brivido…

Caio Mario Garrubba e le altre mostre

Molto interessanti anche le altre mostre ospitate al Macof: gli anni cinesi di Caio Mario Garrubba, un grande affresco sulla Cina Maoista quando questa non andava così di moda come oggi. Basti dire che Garrubba fu il secondo fotografo occidentale ad entrare nella Cina Moista dopo Cartier-Bresson.
L’attrice bresciana Camilla Filippi in Psychedelic Breakfast gioca con la sua molteplice personalistà e interpreta ogni mattina un personaggio diverso, immortalandosi con un autoironico selfie. E in Wunderkammer. La stanza delle meraviglie si può vedere una mostra collettiva di opere fotografiche di artisti contemporanei italiani, composta da stampe di esclusiva manifattura analogica: sperimentazioni e rivisitazioni delle tecniche antiche ed alternative.

Il Macof e la sua collezione permanente di fotografia italiana del Dopoguerra

Senza dimenticare che il Macof ospita duecentocinquanta fotografie di quarantanove fra i maggiori protagonisti della fotografia italian: una corposa testimonianza della storia della fotografia italiana del Secondo novecento. I fotografi in mostra: Paola Agosti, Maria Vittoria Backhaus, Studio Ballo, Marina Ballo Charmet, Gian Paolo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Carlo Bavagnoli, Sandro Becchetti, Gianni Berengo Gardin, Giovanna Borgese, Giuseppe Bruno, Romano Cagnoni, Lisetta Carmi, Alfa Castaldi, Elisabetta Catalano, Carla Cerati, Francesco Cito, Mario Cresci, Luciano D’Alessandro, Tano D’Amico, Mario De Biasi, Mario Dondero, Franco Fontana, Federico Garolla, Caio Mario Garrubba, Giovanni Gastel, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Paolo Gioli, Frank Horvat, Mimmo Jodice, Giorgio Lotti, Uliano Lucas, Pepi Merisio, Nino Migliori, Ugo Mulas, Occhiomagico, Carlo Orsi, Giuseppe Palmas, Federico Patellani, Gianni Pezzani, Franco Pinna, Piero Raffaelli, Tazio Secchiaroli, Enzo Sellerio, Gianni Turillazzi, Massimo Vitali.

 

Ecco il sito del Festival

Contattami

Che sia per un preventivo gratuito, un feedback sul post o semplicemente un saluto sarà un piacere risponderti!

     

    Ferdinando Scianna sulla fotografia di matrimonio

    Il pensiero di Scianna sul reportage di matrimonio

    Scianna ha poi raccontato dei suoi contatti con la fotografia di matrimonio, di alcuni colleghi siciliani che hanno fatto di questa tipologia di fotografia un’arte e di come lui una volta abbia fotografato il matrimonio di una parente per poi sentirsi dire che la sposa avrebbe voluto risposarsi, dato che dalle foto di Scianna non traspariva nulla del matrimonio!

    da sinistra: Massimo Minini – Marco Vallora – Ferdinando Scianna

    Ci sono stati poi dei gustosi siparietti tra Scianna e Massimo Minini che hanno discusso di arte contemporanea e fotografia. L’approccio di Scianna, pur essendo un uomo dalla cultura vastissima, è molto concreto: “le foto belle non servono a nulla. Al massimo ci possono essere delle foto buone che raccontano”. L’approccio di Minini è inevitabilmente più legato alla sua esperienza di gallerista di successo. Minini ha poi ricordato il primo incontro con Scianna, in occasione della mostra sui fotografi italiani che stava curando in quel periodo. L’esordio non fu dei più felici, ma col tempo si può dire che il rapporto migliorò… 🙂

    L’articolo “Scatti proibiti al matrimonio” su La Stampa ed. Nazionale di Marco Vallora

    Personalmente il momento migliore con Ferdinando Scianna e quello che ricordo più volentieri è stato il viaggio di ritorno a Milano in compagnia di Alby Mancini alla guida e di Marco Vallora. Scianna ci ha parlato della Magnum e di come le cose non siano mai scontate e semplici, nemmeno nella più grande agenzia del mondo. Anche qui ci sono rivalità e scontri, anche molto duri, diverse visioni della fotografia e del business; anche se tutti i fotografi Magnum sono accomunati a suo dire da un grande orgoglio e senso di responsabilità per far parte di un’icona vivente

    Prima parte dell’articolo del Corriere della Sera – Brescia
    Seconda parte dell’articolo del Corriere della Sera – Brescia
    Terza parte dell’articolo del Corriere della Sera – Brescia

    In mostra alla Biennale dei Cedri

    Una mia mostra sul cibo in esposizione alla V Biennale dei cedri

    Su invito del gallerista Renato Corsini a maggio metto un po’ ordine nel mio archivio con l’obiettivo di ottenere una mostra coerente sul tema del cibo e dell’immigrazione. Corsini infatti, insieme a Ken Damy, altro nome storico della fotografia bresciana che da qualche anno si divide con la Calabria, stanno collaborando alla direzione artistica della V Biennale dei Cedri che per il 2015 è dedicata all’uomo nomade e Peregrinazioni, Terre Lontane, Luoghi, Etnie, Memorie. Un tema  attuale in questi tempi…

    Io da anni sto svolgendo un lavoro  (con molte pause) sulla presenza degli immigrati nel territorio bresciano ed inevitabilmente un terreno di contaminazione è il cibo e i relativi ristoranti etnici che da qualche anno sono comparsi anche a Brescia. Oltre agli immancabili kebab e sushi, ci sono ristoranti africani, bosniaci, indiani, russi, marocchini..

    Se fino a qualche anno fa la clientela di questi ristoranti era composta da immigrati e da qualche bresciano alternativo, negli ultimi tempi la clientela si è molto diversificata. Al Taj Mahal, il ristorante indiano-rumeno (questa è una delle meraviglie dell’integrazione 🙂 ) di Brescia, ormai i clienti bresciani sono più della metà.

    Qui sono pubblicati alcuni dei 25 scatti in mostra. La Biennale si svolge in Calabria e in particolare al Palazzo Rinascimentale di Aieta, Palazzo Cavalcanti a Verbicaro, al Museo della terra a S.Domenica Talao, al palazzo ducale di Maierà e Grisolia, ed anche a Orsomarso, Scalea e Diamante; sono previsti inoltre seminari, workshop ed incontri con gli artisti.

     

    Maggiori informazioni: http://www.atelierdufauxsemblant.it/inaugurazione-biennale-fotografica-l-uomo-nomade/

     

    Ferdinando Scianna a Brescia in visita alla mostra Il tempo nel mezzo

    Finissage della mostra di foto di matrimonio a Brescia: ospite il grande fotografo italiano Ferdinando Scianna

    Sì, proprio lui, Scianna, il fotografo siciliano dell’agenzia più famosa al mondo, la Magnum. Il pupillo di Leonardo Sciascia e Henri Cartier-Bresson. Il fotografo che negli anni ’90 raccolse la sfida di una coppia di stilisti all’epoca sconosciuti, Dolce & Gabbana, per rivoluzionare la fotografia di moda con le sue evocative immagini in bianco  e nero della modella Marpessa ambientate tra i vicoli assolati della Sicilia più ancestrale.

    Ma vediamo come ha fatto Ferdinando Scianna a finire a Brescia a vedere la mostra sul matrimonio di 5 fotografi (per carità, bravi ;-).
    Venerdì 3 luglio è giunta al termine Il tempo nel mezzo, l’evento-mostra che ha avuto il suo clou a maggio a Palazzo Mondini nel quartiere Carmine a Brescia, organizzato insieme ad altri 4 amici e colleghi fotografi (per tutti i dettagli della mostra leggi qui e qui ).

    Il finale è stato di quelli col botto, come si suol dire. Leggendo le puntate precedenti avrete letto che questo progetto di mostrare i cosiddetti b-side dei nostri foto reportage di matrimonio era stato sposato e supportato dal gallerista Massimo Minini, uno che generalmente lavora con gente come Anish Kapoor, Vanessa Beecroft, il compianto Gabriele Basilico, Cattelan,  Boetti, Paolini, LeWitt, Graham e Daniel Buren. Tramite i contatti di Alberto Petrò, tra noi cinque quello più avvezzo al mondo dell’arte contemporanea e delle gallerie, abbiamo poi ricevuto anche l’adesione generosa e convinta di Marco Vallora, critico d’arte de La Stampa e tra i più apprezzati in Italia. Si sa che, soprattutto nel Belpaese, un buon contatto vale più di mille porte da bussare: e così poi è arrivato il famoso fotografo Mario Cresci, che ci ha onorato della sua presenza domenica 24 maggio, conversando col pubblico di arte e fotografia.

    Ma quando Vallora ha fatto il nome di Ferdinando Scianna, un brivido ha iniziato a serpeggiare tra di noi. Stavamo parlando di uno dei più grandi e autorevoli fotografi italiani viventi, oltreché di una mente finissima e di un  oratore brillante e divertente. Più i giorni passavano e più la possibilità diventava concreta.

    Ma in cuor mio fino a quando non l’ho visto scendere dal treno in stazione non ci credevo. All’inizio Scianna conferma la sua fama di siculo un po’ burbero, complice anche qualche problema durante il viaggio e il meteo che fa le bizze, regalandoci qualche goccia di pioggia.

    Il pubblico è numeroso, un centinaio di persone circa: non la marea di appassionati che ci aspettavamo (e temevamo) , ma probabilmente molti si sono fermati per la pioggia  e per la partenza per il weekend.

    Foto by “Il tempo nel mezzo”
    La locandina della serata

    Scianna comincia subito il suo show, alternando battute, calembour e aneddoti divertenti (“i fotografi sono i professionisti più frustrati insieme agli odontotecnici: questi ultimi sognano per tutta la vita di essere dentisti, i fotografi sognano invece di essere artisti”).

    Leggi la seconda parte della serata di Ferdinando Scianna a Brescia

    Comunicato stampa mostra Il tempo nel Mezzo

    Comunicato Stampa:

    IL TEMPO NEL MEZZO

    Locandina della mostra

    Giorgio Baruffi / Andrea Gilberti / Alberto Mancini / Alberto Petrò / Roberto Ricca

    “Nel mezzo del tempo ordinario (kronos), il tempo straordinario (kairos) accade.”

    Così come ogni fotografia è un racconto di luce e granuli d’argento (oggi pixel), così ogni reportage è una storia a sè. A prescindere dalla storia, il reportage ha il potere di penetrare, attraverso pochi fermi-immagine, un mondo invisibile, svelando tutti i dettagli necessari affinché l’essenziale possa emergere.

    Per fare ciò il fotografo deve plasmarsi attorno al mondo che sta per raccontare con intuizione e determinazione, poichè spesso non è l’evento appariscente la chiave di lettura, bensì particolari apparentemente silenziosi. Nel reportage ogni storia ha bisogno di un’estetica che si adatti agli spigoli di una vecchia madia in una masseria del sud Italia, o allo sconfinato paesaggio montano nel Perù amazzonico, o al rispetto di fronte a quel viso che ti guarda implacabile uscendo dal Brooklyn Label e non puoi che ammirarlo per un attimo soltanto. La forza del reportage sta anche nel non fotografare.

    Questa storia si ripete da secoli ed è un classico fotografico. Ogni storia, tra un brindisi ed un bacio, nasconde attimi di tiepida intimità, momenti inconsueti di sospensione in un tempo di mezzo, situazioni apparentemente distaccate da ciò che di più importante sta accadendo attorno, riservate ad un occhio sensibile: una telefonata inaspettata, la densità dei pensieri di quell’uomo seduto in disparte, l’attesa di tre persone all’ombra di un portone. Questi dettagli non hanno un valore intrinseco, ma se colti intelligentemente, possono trovare la giusta collocazione nella narrazione, così che il reportage possa diventare davvero un documento veritiero.

    La mostra

    Cinque professionisti si confrontano sul tema del matrimonio, estraendo dai loro archivi 50 immagini che rappresentano quella storia parallela che non viene raccontata abitualmente, ma che merita di essere vista. Non si tratta di un reportage di ricerca sul matrimonio, bensì di un’attenta selezione di fotografie che vanno ben oltre la committenza. Esse offrono una visione rara, che ribalta la concezione estetica legata a questo evento. Durante il matrimonio i fotografi si prendono il loro momento per poter raccontare in maniera personale il resto, e cioè il tempo nel mezzo: fotografie tra le fotografie, un reportage allo stato puro.

    Mostra “Il tempo nel mezzo”

    Mostra di fotografia a Brescia Il tempo nel mezzo

    Dal 22 al 24 maggio presso Palazzo Mondini a Brescia ho avuto il privilegio di esporre insieme ad altri 4 colleghi (Giorgio Baruffi, Andrea Gilberti, Alberto Mancini, Alberto Petrò) per la mostra Il tempo nel mezzo.

    Come nasce l’idea della mostra?

    E’ tutto nato da Andrea, che in occasione della pensione di suo papà, il mitico Gino Gilberti, storico fotografo matrimonialista bresciano, decide di fargli un omaggio: una mostra che trascenda i limiti della fotografia di matrimonio, spesso considerata dagli altri fotografi come figlia di un dio minore. Da quel momento ci siamo trovati periodicamente, confrontandoci sulla nostra idea di mostra e più in generale di fotografia, sulle persone da coinvolgere e sulle possibili location.

    Tentativi di taglio dei passe-partout
    Massimo Minini con noi 5 fotografi bresciani
    Istantanea da una delle riunioni settimanali…

    Il tempo nel mezzo. Da dove arriva questo nome?

    In una delle settimanali riunioni pre-evento che abbiamo tenuto presso lo studio In Limbo abbiamo cominciato a fare  brain storming: serviva un nome evocativo, che richiamasse l’idea che ci accomuna di fotografia e che possibilmente non svelasse troppo, senza esplicitare che si trattava di fotografie di matrimonio.

    Giorgio ha introdotto il concetto della parola greca “Kairos” che significa  “il momento giusto”. I greci infatti, più di 2500 anni fa (!!) differenziavano il tempo in ordinario (Kronos), ossia la normale sequenzialità dei momenti che si seguono, e in Kairos, il tempo straordinario in cui “qualcosa” accade. A Traù in Croazia, in un convento, c’era uno bassorilievo che rappresentava il Kairos greco: un giovane fanciullo nudo che correva.
    Secondo i greci antichi, Kairos era la divinità (poco conosciuta e rappresentata) del momento che deve essere afferrato (dal ciuffo di capelli sulla fronte del ragazzo); altrimenti il momento è andato per sempre e non può più essere ri-catturato (infatti la parte posteriore della testa del fanciullo è senza capelli).

    Il libro de Il Tempo nel Mezzo
    Bassorilievo del dio Kairos

    E la cosa che mi affascina molto come fotografo è che sei tu che decidi che peso dare a questo tempo straordinario, ponendo un accento sulla normale sequenzialità del tempo ed estraendo un frammento di significato. Se Kronos ha una natura quantitativa quindi, Kairos è essenzialmente quindi un concetto qualitativo.
    Insomma un concetto perfetto per dei fotografi di reportage: non a caso Kairos è stato spesso avvicinato al “momento decisivo” di Henri Cartier-Bresson.

    Locandina della mostra

     

    I tre giorni di evento

    La partecipazione del pubblico all’evento è stata pazzesca, abbiamo contato più di 1.000 persone che durante i tre giorni sono venuti a vedere la mostra. E i commenti sono stati davvero entusiastici. Ognuno di noi 5 fotografi è abbastanza adulto e ha visitato abbastanza mostre per riconoscere un commento di cortesia da un giudizio dato col cuore, in modo sincero.

    Alcune opere della mostra Il Tempo nel Mezzo
    Il pubblico guarda le opere in mostra

    La location: Palazzo Mondini

    Tanto ha contribuito  la location: il fascinoso Palazzo Mondini (palazzo che in realtà non esiste nella toponomastica bresciana: semplicemente lì viveva il signor Mondini 😉 ) con il suo cortile, le pareti scrostate, il suggestivo lucernario sulla scalinata e il suo fascino retrò e sgarruppato.

    Mia figlia Gaia scende la bella scalinata di Palazzo Mondini
    Le scale interne di Palazzo Mondini
    Il lucernario all’interno di Palazzo Mondini

    L’allestimento e le luci

    Molto ha contribuito l’allestimento, coordinato in prima persona da Alberto Petrò che ha messo a disposizione di tutti la sua esperienza nell’organizzazione di eventi culturali ed artistici. Le raffinate luci di Catellani & Smith hanno impresso una cifra estetica sofisticata e vagamente misteriosa, alimentate da un impianto elettrico un po’ di “fortuna”. Sì perchè prima della mostra, la parte di palazzo Mondini che abbiamo usato per esporre le 50 fotografie, era ricoperta da cumuli di polvere e abbandono, senza acqua e corrente.

    Il tempo nel mezzo – Mostra di fotografia di matrimonio
    Una sala interna della Mostra Il Tempo nel Mezzo
    le grandi pulizie per l’allestimento
    e via di martello…

    Gli ospiti e i partner

    Una grande parte del successo va sicuramente ai partner: Massimo Minini, il grande gallerista e collezionista bresciano, ci ha onorato della sua presenza all’inaugurazione, scrivendo per la mostra un commento bellissimo e in generale sposando generosamente il progetto espositivo. Il critico d’arte del quotidiano La Stampa Marco Vallora ha portato alla mostra i grandi fotografi Ferdinando Scianna (Magnum) e Mario Cresci, intessendo colte dissertazioni sulla fotografia con il pubblico e con gli ospiti.

    Massimo Minini guarda una mia foto 🙂
    Massimo Minini alla mostra Il tempo nel Mezzo
    Proiezione di foto con intervento del critico d’arte de La Stampa Marco Vallora
    Mario Cresci alla mostra
    Mario Cresci discute con Alberto Mancini per la proiezione
    L’assessore alla Cultura di Brescia Laura Castelletti durante la proiezione

    Nicola Falappi e Erminando Aliaj

    Nicola Falappi di StudioQuaranta ha allestito con gusto raffinato il cortile e gli spazi della mostra. L’emergente fotografo di moda Erminando Aliaj che con i suoi ritratti per una volta ci ha fatto sentire dall’altra parte dell’obiettivo.

    Un allestimento floreale di Nicola Falappi (Studio Quaranta)
    Brunch domenicale nel cortile di Palazzo Mondini
    Il fotografo Erminando Aliaj (foto Alberto Petrò)

    La musica

    Per la parte musicale Titti Castrini (compagno di tour di Vinicio Capossela), Dj Webb, Violin & Cello Duo e il pianista Simone Lombardi hanno creato suggestive partiture sonore.

    Titti Castrini intrattiene con il suo sound
    Violin & Cello durante l’inaugurazione

    Food e dintorni

    Perimetro Good Food e Fuori di Mente (Mente Locale) hanno pensato a nutrire anche il corpo dopo tanto soul food.. 😉

    Fuori di mente mobile catering, Mente Locale Brescia

     

    Le fotografie

    Credo (spero) che la componente principale del successo della mostra sia stata data però dalla qualità delle 50 fotografie:
    5 fotografi di matrimonio, 5 diversi modi di interpretare “il tempo nel mezzo” e la storia parallela che si dipana lungo uno dei giorni più densi di significati e pathos nella vita di ognuno.

     Leggi il comunicato stampa ufficiale della mostra Il Tempo nel Mezzo


     

    Contattami

    [contact-form-7 404 "Non trovato"]

    Fotografi bresciani premiati

    Il progetto Yourself dell’omonimo collettivo vince il primo PhotoEbook

    Il collettivo Yourself, di cui faccio parte insieme ai fotografi bresciani Roberto Massini e Cristian Zambelli, ha vinto la prima edizione del concorso fotografico PhotoEbook indetto dalla casa editrice Emuse.

    >> Cos’è Yourself?

    Yourself è un collettivo ed un progetto fotografico di reportage sociale. Per oltre un anno abbiamo frequentato a Brescia gli spazi dismessi delle aree abbandonate dell’ex Metallurgica Tempini, nella zona tra via Milano ed il cimitero. Qui abbiamo conosciuto, e  poi fotografato, la vita delle persone che lì vivevano in condizioni estreme. Ali dal Mali e Richi dal Punjab ci hanno aperto le loro abitazioni temporanee e uno squarcio della loro vita.

    Dopo un periodo di “embargo” auto imposto per non creare problemi agli abitanti di Yourself, abbiamo deciso che era giunto il momento di far uscire questo progetto, per cercare di far conoscere, ai bresciani in primis, una realtà di emarginazione invisibile, situata a poche centinaia di metri da poli dello shopping cittadino come il centro commerciale Freccia Rossa.
    Ghetti come Yourself sono diffusi in tutta Italia, soprattutto nella ricca (una volta?) e annoiata provincia del Nord Italia: ecco perchè questo progetto trascende i confini locali, diventando purtroppo una conseguenza di politiche sbagliate sull’immigrazione.

    Per vedere le foto e per tutti gli approfondimenti visitate il sito www.yourselfproject.com

    L’articolo di BresciaOggi che parla del premio

    Fotografi bresciani in mostra alla Wave Photogallery

    Made in Brescia: mostra di fotografi bresciani

    Sono felice di essere stato uno dei fotografi di Brescia selezionato per la mostra “Made in Brescia” alla Wave Photogallery: una panoramica su alcuni dei migliori fotografi a Brescia e provincia.

    Locandina Made in Brescia

    Seppur parziale (tanti altri bravi fotografi non sono presenti) è stato un piacere ritrovare vecchi e nuovi amici e colleghi come Stefano Pizzetti, Ramona Zordini, Gianluca Checchi, Lionel Abrial, Alberto Petrò, Mauro Prandelli. La mostra è poi stata l’occasione  per conoscere nuovi autori come Michele Gusmeri, Matteo Lonati, Giuseppe Colarusso.

    Il concetto di fotografia è talmente ampio… E anche questa mostra ne è l’esempio! Si va dal reportage sociale di Mauro Prandelli che indaga le rotte dell’immigrazione globale, reportage di viaggio classici come il viaggio on the road Usa di Stefano Pizzetti, a lavori che declinano il reportage a livello locale come il mio o quello di Checchi dedicato ai “nuovi italiani”. Progetti fine art come quello di Ramona Zordini, di indagine sul paesaggio sospeso tra città e periferia (Michele Gusmeri) e sulle forme dell’architettura reinterpretate in chiave quasi grafica (Alberto Petrò). Riflessioni meta-fotografiche come quelle di Lionel Abrial o piccoli scrigni surreali à la Chema Madoz come quelli di Giuseppe Colarusso.

    Un grazie al curatore della mostra e patron della galleria Renato Corsini, che ha selezionato i lavori. Speriamo che si concretizzino le parole di Sandro Iovine della rivista Il Fotografo riguardo una circuitazione nazionale della mostra.

    Io personalmente ho partecipato con un lavoro, ancora in progress, su Isam Maarouf, in arte Lil Klips. Grazie a Roberto Massini e Cristian Zambelli (gli amici e compagni del progetto Yourself Project che vi invito a visitare qui) sono riuscito ad ottenere un editing soddisfacente. Prima di vedermi con loro ero addirittura indeciso se partecipare o meno alla mostra, perchè per una serie di motivi non riuscivo ad incontrarmi con Isam per fare quelle 3 o 4 foto che sentivo mi mancavano.

    La consapevolezza che le foto mancano ce l’ho anche adesso, ma almeno grazie a Cristian e Roberto ho sistematizzato un lavoro che c’è già in buona parte.

    Un grazie anche ai compagni del Gruppo di supporto fotografi pigri capitanati da Sara Lando con cui sto attualmente condividendo tante cose, fotografiche e non : un’esperienza formativa talmente forte che non posso ridurre in poche righe, farò un resoconto dettagliato al temine del corso a giugno.

     

    Queste le foto in mostra

    Qui puoi vedere il lavoro in progress su Isam/Lil Klips con un editing diverso

     

    Ecco chi è Isam Lil Klips

    “Isam Maarouf, aka Lil Klips, nasce a Agadir (Marocco) nel 1993. Dal 2004 inizia ad accostarsi in Marocco alla cultura HipHop. Nel 2008 scopre l’arte del BeatBox: la capacità di riprodurre suoni di percussioni con la bocca. Attualmente Lil Klips è uno dei migliori beatboxer in Italia (4° ai campionati nazionali di beatbox nel 2013), arrivando ad aprire i concerti di famosi gruppi hip hop come i Club Dogo. Oggi Isam/Lil Klips vive con la madre a San Paolo (Bs): la sua giornata si divide tra i concerti, il freestyle in strada e nei centri commerciali, la ricerca di un lavoro stabile e le serate con gli amici e la ragazza. In questo progetto fotografico work in progress Roberto Ricca vuole documentare la vita di un giovane ragazzo immigrato, i suoi sogni, le sue difficoltà, ma soprattutto la sua costante ed incessante ricerca di un miglioramento nella propria vita.”

    Arles in black pt. 2

    Tra le altre mostre più interessanti e significative, sempre agli Ateliers, quella di Gordon Parks, il primo fotografo afro americano della Farm Security Administration (F.S.A.), il primo fotografo afro americano della rivista Life… insomma il primo fotografo a fare un sacco di cose

    Tra i fotografi più importanti del ventesimo secolo, dagli anni Quaranta fino alla sua morte, nel 2006, Gordon Parks ha raccontato al mondo, soprattutto attraverso le pagine della rivista Life, la difficoltà di esser nero in un mondo di bianchi, la segregazione, la povertà, i pregiudizi, ma anche i grandi interpreti del ventesimo secolo, il mondo della moda e perfino le grandi personalità del mondo in pieno cambiamento, come Malcom X, Muhammed Ali e Martin Luther King.

    Vere o verosimili, nate dai drammi profondi, vissute sulla sua stessa pelle di ex ragazzo nero condannato a morire prima di nascere o costruite nell’alchimia della pura finzione, le storie di Gordon Parks sono tutte autenticamente sentite, tutte raccontate come visioni genuine e nate dalla volontà di incidere sulla realtà, affermando attraverso il racconto per immagini la propria opinione e la necessità di gridarla forte al mondo.
    Molto toccante il reportage di Life sulla famiglia afro americana del Bronx, con la doppia pagina di apertura e il grido di accusa di Parks, che era anche poeta, all’America borghese. Immagini come quella della signora Watson, con la scopa in mano e lo sguardo dimesso, sono entrate nell’iconografia.

    Nella piazza principale di Arles c’è la grande mostra retrospettiva su Sergio Larrain, il fotografo misterioso per eccellenza, colui che figlio della buoan borghesia cilena venne invitato da Henri Cartier-Bresson ad entrare nell’agenzia Magnum photos
    Chi è Gordon Parks

    Nato nel 1912 a Fort Scott, in Kansas, tra povertà e segregazione, Gordon Parks è stato conquistato dalla potenza e dalla forza della fotografia vedendo le realizzazioni dei fotogiornalisti sulle principali riviste dell’epoca. Dopo aver acquistato una macchina fotografica al banco dei pegni nel 1937, impara a usarla da autodidatta e, poco tempo dopo, comincia (1941) a collaborare con il celebre gruppo della Farm Security Administration (F.S.A.), capitanato da Roy Striker. Quando nel 1943 la F.S.A. chiude, Parks comincia la sua attività da freelance, alternando il lavoro per le riviste di moda (soprattutto Vogue) a progetti di fotogiornalismo e di impianto più sociale. Nel 1948, il suo reportage su una gang giovanile di Harlem conosce un grande successo e Parks diventa il primo fotografo e scrittore afroamericano di Life: per questa testata racconterà storie legate al razzismo, alla povertà, alla segregazione. Ma realizzerà anche intensi ritratti di scrittori, attori e traccerà le nuove, emergenti figure di leader neri, come Muhammed Alì, Malcolm X, Adam Clayton Powell, Jr. e Stokely Carmichael. Gordon Parks è stato anche scrittore, compositore di musica e nel 1969, è stato il primo regista afro-americano a dirigere un lungometraggio a Hollywood (The Learing Tree). Nel 1971, la sua seconda pellicola, Shaft ha conosciuto un grande successo.Per oltre trenta anni, Parks è stato un infaticabile lavoratore, creativo ed energico, in grado di impegnarsi nelle tante storie che dovevano essere raccontate; nelle campagne civili che dovevano essere sostenute. Numerosi sono i riconoscimenti e i premi al suo lavoro, tra questi la National Medal of Arts statunitense, ricevuta nel 1988.

    Arles in Black: festival di fotografia

    Torno ad Arles dopo parecchi anni per visitare il festival di fotografia per antonomasia, quello che detta le mode ed i trend nella fotografia artistica per i mesi seguenti.

    Quest’anno il tema è il Nero, quindi Arles in Black: all’inizio la fotografia fu solo in bianco e nero. Poi arrivò il colore, con grande scandalo dei puristi, che dominò per decenni. Oggi con l’avvento del digitale il bianco e nero è relegato ad un consumo nostalgico e di nicchia.

    In programma 50 mostre disseminate in diverse location, alcune davvero suggestive, in una città che è un piccolo gioiello, tra l’arena di epoca romana e il Café Van Gogh. Nello spazio dedicato al pittore olandese, che qui dipinse quadri come Notte stellata o la Maison Jaune, ho visitato la mostra dedicata al fotografo di moda Guy Bordin: pazzeschi gli scatti che pubblicava negli anni 70 su Vogue!! Un gusto per la composizione e per la provocazione sul filo della denuncia sociale, pur dalle patinate pagine del magazine chic per eccellenza.

    Poco distante in una chiesa sconsacrata, in un caldo pesante ed appiccicoso, la mostra “Bibi” di JHL, ossia Lartigue, che sarà anche uno dei padri nobili della fotografia, ma che con le sue foto da Saint Moritz, le gite a bordo di automobili fiammanti e la sua aria da dandy viziatello e borghese mi sta inevitabilmente antipatico.
    Molto meglio invece le mostre nella zona degli Ateliers, un complesso di fabbriche abbandonate che formano una location incredibilmente suggestiva. La mente corre subito all’ex comparto Milano a Brescia, le analogie architettoniche sono impressionanti, a dimostrazione di quello che i coniugi Becher teorizzavano con la loro fotografia concettuale di strutture architettoniche sorprendentemente simili in giro per l’Europa. (A proposito, ad Arles c’è anche una piccola mostra di Bernd ed Hilla Becher, ma, seppur mi sforzi, non riesco ad eccitarmi di fronte a queste parate di gasometri, o silos, o mulini europei. Mi sembra più un interesse da entomologo…)
    Eppure ricordo a Brescia una decina di anni fa, proprio in una fabbrica del Comparto Milano, una mostra di arte contemporanea, purtroppo seguita da un silenzio spesso e assordante. E le analogie tra Arles e Brescia, tra Italia e Francia, finiscono qua.

    Tra strutture metalliche e vetrate del secolo scorso, che trasudavano vite di operai e prodotti costruiti ed assemblati, le due mostre che più mi sono piaciute: quella di Michel Vanden Eeckhoudt e quella di Arno Rafael Minkkinen

    Il primo è un fotografo belga dell’agenzia Vu che mi ha colpito per la sua capacità di cogliere l’aspetto oscuro ed inquietante che alberga nell’apparente ordinario. Davanti alla sua Leica si materializzano immagini eleganti, misteriose, spesso con un sottile senso dello humour venato di nero. Occhi animali che ti guardano e ti inchiodano. Paiono uomini sofferenti, chiusi nella loro fissità eppure così capaci di comunicare. Mi ricordano i lavori di Giacomo Brunelli.

    Arno Rafael Minkkinen è un fotografo finlandese al confine tra immagine, performance e body art. Il suo corpo flessuoso e sottile entra in relazione con l’ambiente e la natura circostanti, adattandosi e modificando. E di volta in volta è un tronco che emerge da un lago, un arco protettivo per il figlio, un supporto che spunta dal vuoto per una donna sospesa nel vuoto.

     

     

    photo Guy Bordin
    photo Guy Bordin
    photo Guy Bordin
    photo Arno Minkkinen

     

    Michel Vanden Eeckhoudt

     

    Michel Vanden Eeckhoudt

     

    Michel Vanden Eeckhoudt

     

     

    Arno Minkkinen

     

     

    Michel Vanden Eeckhoudt

     

    Michel Vanden Eeckhoudt

     

    Arno Minkkinen

     

    Arno Minkkinen
    Michel Vanden Eeckhoudt
    Michel Vanden Eeckhoudt
    Michel Vanden Eeckhoudt

    Workshop fotografico con Donald Weber – VII agency

    Workshop fotografico VII Shoot con Donald Weber

    Durante il festival Fotografia Europea di Reggio Emilia sono stati selezionati 2 studenti per partecipare ad un workshop fotografico con un fotografo master dell’agenzia VII.
    Io ho seguito quello con Donald Weber, premiato al World Press Photo nel 2006 e nel 2012, con tema “Integrazione scolastica”.

    Un’atmosfera unica, tante mostre interessanti e la possibilità di lavorare fianco a fianco con uno dei fotografi internazionali più stimolanti sono stati per me una grande fonte d’ispirazione.

    Impagabile vederlo al lavoro nella fase di editing, quasi un solfeggio musicale il ritmo che per lui deve emanare dal racconto fotografico.

    E il suo consiglio per me più prezioso: “Don’t run. Stay. And feel.”

    www.viiphoto.com
    www.fotografiaeuropea.com
    donaldweber.com
    www.worldpressphoto.org

    Guarda il video dello slideshow dei lavori dei partecipanti al workshop fotografico VII HOST

    Gallery

    Ingresso nella scuola
    Studentessa durante una lezione
    Un giovane studente di origine cinese partecipante al progetto della web radio studentesca
    Interno della sala insegnanti
    Lezione di musica
    Durante la lezione
    Reggio Emilia è una delle città col maggior tasso di immigrati in Italia
    Sala insegnanti
    Un alunno durante il workshop fotografico con Donald Weber
    Un interno della scuola media Da Vinci di Reggio Emilia

     

    Letizia Battaglia e Francesca Woodman

    Doppia grande mostra alla GALLERIA MASSIMO MININI
    Letizia Battaglia / Francesca Woodman
    inaugurazione sabato 22 settembre ore 18
    fino al 10 novembre 2012

    “Non ho potuto conoscere FRANCESCA WOODMAN, eppure ha abitato in Italia, a Roma, per pochi mesi, tra il ’77 e il ’78. Andavo a Roma spesso per incontrare artisti, amici, critici. Frequentavo il mondo dell’;arte che allora mi sorprendeva, visto attraverso gli occhi di colleghi che vivevano nel mio stesso sistema. Giuseppe Casetti ad esempio, o Ugo Ferranti che le hanno dato le sue prime mostre e Giuseppe Gallo, Sabina Mirri. Ma so anche che se l’avessi incontrata forse non avrei saputo riconoscerla. Incontriamo, noi galleristi (allora ero un gallerista rampante), molti giovani che ci propongono di guardare le loro opere. Di solito le osserviamo distrattamente, anche con un po’ di sufficienza. Un artista che cerca di farsi notare viene abitualmente guardato con sospetto. La domanda che fa l’artista (giovane) è: <<Ma allora come possiamo fare?>>. Domanda quasi senza risposta.””LETIZIA ha un nome di BATTAGLIA, e di fatto è una lottatrice. L’ho chiamata un giorno, poco tempo fa, per passare a conoscerla. Un mito della fotografia, Letizia, ma non pensavo di cacciarmi nel cratere di un vulcano. Un vulcano siciliano, come si conviene, tra Etna e Stromboli; una fotografa di delitti, di morti, di madri disperate e guardie del corpo con magnum e il colpo in canna, di giudici riversi sui sedili, di galline e gatti sui tavoli. Letizia respira per pochi momenti ogni giorno, per il resto fuma una sigaretta dietro l’altra. E’ stata assessore alla cultura a Palermo con Leoluca Orlando, ma i poeti non devono fare politica. E’ furba, svelta, delicata, tranchant, abituata a vedere la morte in faccia, cosa volete che gliene importi delle menate del mondo dell’arte e della fotografia? Ho capito che lei non è una fotografa: è un essere umano incazzato di vivere in un mondo così sporco.”
    testo di Massimo Minini

    Fotoreporter di guerra in Valle Camonica

    Bella occasione per ascoltare uno dei più grandi reporter italiani e il suo fotografo di fiducia…

    IL DISTRETTO CULTURALE DI VALLE CAMONICA 

    presenta
    PROFESSIONE REPORTER – IL GRANDE GIORNALISMO RACCONTA IL TERRITORIO
    Venerdì 5 ottobre | Palazzo della Cultura di Breno (BS) ore 21

    Il grande reporter di guerra del Corriere della Sera, Ettore Mo e il fotoreporter Luigi Baldelli incontrano il pubblico in una serata a ingresso libero, promossa dal Distretto Culturale di Valle Camonica, all’interno di Multimedia Land, due giornate dedicate alla comunicazione e alla presentazione del nuovo brand territoriale “La Valle dei Segni.”

    La serata sarà introdotta dalla presentazione del volume “Impronte Digitali” a cura del Laboratorio Multimediale di Comunicazione.

    Ettore Mo, uno dei più famosi corrispondenti di guerra dei nostri tempi, nel 1962 inizia la sua carriera di giornalista al Corriere della Sera, occupandosi inizialmente di musica e teatro; nel 1979 ottiene il suo primo incarico di inviato speciale raccontando la rivoluzione khomeinista in Iran, l’invasione russa e la resistenza dei mujahiddin in Afghanistan. Dal 1995, anno nel quale è a Sarajevo durante la guerra di Bosnia, al suo fianco c’è Luigi Baldelli, il fotografo compagno di viaggio e di lavoro.
    Ettore Mo ha raccontato in prima persona tutte le crisi mondiali e ha conosciuto e intervistato i maggiori protagonisti della nostra epoca.

    Luigi Baldelli è fotografo professionista dal 1987. Dal 1989 ha iniziato a seguire i più importanti avvenimenti internazionali: la fine dei regimi totalitari nell’Europa dell’Est, la rivoluzione in Romania, il Libano, la Guerra del Golfo, la guerra nell’ex Jugoslavia, la crisi dell’Albania, le situazioni sociali e politiche nei paesi dl Medio Oriente, le guerre e le carestie in Africa.
    I suoi fotoreportage sono stati pubblicati dai maggiori quotidiani italiani e stranieri.

    Mostra Cheyco Leidmann e Bruno Taddei alla Wave Photogallery, Brescia

    Una nuova doppia mostra. Gradito ritorno alla Wave Photogallery di Brescia: l’istrionico Cheyco Leidmann, autore del libro cult “Foxy lady” icona degli anni ’80  e Bruno Taddei, artista caratterizzato da una tecnica singolare. Inaugurazione sabato 29 settembre

    Cheyco Leidmann
    “Zeta Nacht”

    Per la seconda volta nelle sale della galleria, Leidmann presenta il suo ultimo ed inedito lavoro, un progetto visionario, arricchito da un’installazione site specific che accoglierà lo spettatore all’ingresso della mostra
    Gettare una luce sulle ombre, mostrare in un visivo teatro crepuscolare la lotta tra realtà e follia, il paradosso di ironia e illusione confrontato con il fatto che “viviamo sull’orlo della pazzia”: questa è Zeta Nacht. Le nuove immagini concettuali, rosse e nere, di Cheyco Leidmann, inedite e presentate per la prima volta alla Wavephotogallery, saturate nel loro tono monocromo su tavolozze di erotismo penetrante, richiamano con tutto il loro ardore visioni apocalittiche di ogni genere.
    L’evento manifesta un incontro tra due visioni: una a dimostrazione dell’impegno dei committenti di Cheyco Leidmann a questa nuova interpretazione del “neo-visualism”, che include un anche un trittico composto da più immagini; l’altra che mostra le sue classiche sfumature hard-core. E’ un dialogo di vera sostanza che dovrebbe ispirare agli occhi degli spettatori i pensieri e le emozioni attraverso la verità dell’immagine, che ormai non è più solo in bianco e nero. La creativa Ypsitylla Von Nazareth accompagna Cheyco Leidmann.

    Testo: Wave Photogallery

     

    Continua la lettura di Mostra Cheyco Leidmann e Bruno Taddei alla Wave Photogallery, Brescia

    Mostra alla Wave photogallery: Matricardi e Noto

    Nuova doppia mostra alla Wavephotogallery. Inaugurazione giovedì 6 settembre alle ore 19,00 via trieste 32, brescia

    Caterina Matricardi
    “Presenze”

    “Caterina Matricardi propone elaborazioni fotografiche di assoluto silenzio e di struggente solitudine umana, nella quale si amplifica il frastuono cacofonico del mondo e l’isolamento del soggetto. L’incomunicabilità dei rapporti umani appare quasi una necessità inevitabile della sua pratica artistica, una considerazione tragica dell’esistenza, che l’arte riesce a tramutare in malinconiche visioni di raggelato romanticismo e in luoghi d’attesa di ciò che nel tempo ignoto sta per accadere.
    La fotografia si esibisce come strumento veritiero e credibile nel prelievo fedele della realtà, ma nel gioco delle luci, orchestrato dall’artista, bagliori, velature e folgorazioni fulminanti trasformano ogni sagoma umana in entità oscura in cerca di un rapporto tra corpo, spazio e tempo.
    Essi appaiono esseri paralizzati nell’ombra impalpabile che li costituisce, essenze di bellezza fragile e anonima che, dunque, sfuggono ad ogni possibile riconoscimento e giudizio. La luce che da sempre è alba del mondo, diventa qui accecamento della vista, riverbero del nulla, sprofondamento nell’abisso o l’ultimo bagliore della morte che corteggia la follia e il pensiero impensabile. La coltre nera fotografica, che nasconde e protegge l’identità degli individui, si oppone ai discreti bagliori che illuminino i colori delle loro sagome, fino ad accompagnarli nei vicoli della malinconia e nell’inconsistenza del reale.
    Nella fotografia di Matricardi, dunque, ciò che rimane è un vagare di spiriti, di fantasmi che, nella loro dissolvenza eterea, trattengono la drammaticità della vita e della morte. Il profilo della forma percorre lentamente le sembianze di corpi ormai smaterializzati, mentre la luce trattiene il ricordo, l’ultima impronta di un rapporto negato con il mondo.”
    Giampietro Guiotto da “Bresciaoggi”, 22 ottobre 2011

    Mario Noto
    “Racconti dal Sud”

    “Ho voluto realizzare questa serie di scatti, anche per descrivere il posto in cui sono nato e vivo. La Sicilia. Una terra bellissima ma contemporaneamente sfregiata nell’orgoglio da anni di oppressione. Vivo in una cittadina nel centro dell’Isola, una cittadina fatta di gente che reputo perbenista e bigotta. Quel tipo di gente che vedendo uno che sta peggio di loro gli punta il dito addosso,  come fosse un appestato e lo emargina, solo per stare un gradino più in alto nella loro finta scala sociale.”

    Mario Noto afferma di essere nato in una “terra maledetta dove non esiste nessuna prospettiva di realizzazione personale”. Questa terra è la Sicilia, posto ingrato che lo spinge giorno dopo giorno ad osservare la gente intorno a lui, ad ascoltarne le storie in cui a volte sembra riconoscersi. Nasce così un lavoro dal forte valore umano. Negli scatti di Noto è possibile leggere infatti le storie dei soggetti che, lungi dal rivolgere semplicemente lo sguardo in  favore di macchina, si raccontano attraverso ritratti regalati con fiducia a chi li ha ascoltati, capiti, e resti protagonisti. Protagonisti di un circo dell’umanità, a metà tra il mondo freak e le visioni di eco felliniano, che ci catapultano nella “società dei vinti” che, abbandonate le regole del vivere civile, danno vita ad un mondo in cui non è difficile trovare, a fianco della dura e reale povertà, una poesia malinconica e coinvolgente.
    E Noto è capace di cogliere questa poesia che nasce dalla decadenza in modo impeccabile, forte di essere in qualche modo, uno di loro. Come i soggetti dei suoi scatti infatti Noto sente di condividere il disagio che si prova quando si vive “in un luogo che ami, ma che non ti dà nessuna possibilità di realizzazione personale”. Sarebbe un errore però parlare di pessimismo. La rivincita personale è sempre dietro l’angolo, urlando e dichiarando la propria diversità, il soggetto si riscatta. Fotografo e fotografato si trovano così ad urlare insieme, a spiccare voli che forse si arresteranno in un salto, torneranno forse con i piedi per terra, ma la fotografia ne documenterà per sempre solo il tentativo di staccarsene.

     


    wavephotogallery
    via trieste 32
    brescia
    +39 030 2943711
    info@wavephotogallery.com / www.wavephotogallery.com
    facebook: Wave Photogallery

    Cortona on the move

    Approfitto delle vacanze estive in Toscana per questa divagazione fotografica: alla sua seconda edizione Cortona on the move (fino al 30 settembre) si conferma come uno dei festival di fotografia più interessanti dell’estate. La prima edizione ha visto come protagonisti, nelle incredibili location di Cortona in Toscana, Alex Majoli, David Alan Harvey, Antonin Kratochvil, Arno Minkkinen, e molti altri. Il tema dell’edizione 2012 è il Viaggio. Le location scelte dagli organizzatori per le mostre sono uno degli elementi vincenti del festival.

    © Kitra Cahana

    Ecco le mostre che più mi sono piaciute : in assoluto la migliore è quella della giovanissima Kitra Cahana intitolata “Nomadia“, un’indagine “da dentro” su gruppi di giovani adolescenti Usa che vivono come nomadi moderni, in viaggio su furgoni, nei vagoni dei treni merci, dormendo nei bagni delle stazioni di servizio: un’autrice che non conoscevo assolutamente, ma i festival servono proprio a questo giusto? Mi è piaciuta talmente che le dedicherò a breve un post più dettagliato.

    © Carlo Bevilacqua

    Carlo Bevilacqua nella mostra Into The Silence_Eremiti del terzo millennio  presenta una selezione di immagini nelle quali fotografa i nuovi eremiti, interrogandosi su quali siano state le motivazioni che hanno spinto questi uomini ad abbandonare la quotidianità e a compiere una scelta tanto radicale. Suggestiva anche la location: un vecchio magazzino di un negozio di alimentari, con disegnate alle pareti vecchi disegni di scudetti vinti che fanno tanto anni ’60 e dado Liebig.

    Alessandro Grassani con le prime due parti di ‘Environmental migrants: The last illusion dedicate alla Mongolia e allo Sri Lanka. Nei suoi scatti da reportage classico Grassani racconta la situazione dei “rifugiati ambientali”: la nuova emergenza umanitaria del pianeta nei prossimi decenni. Secondo una previsione dell’ONU, nel 2050 ci saranno 200 milioni di migranti “ambientali”: persone che cercheranno nuovi modi di vivere nelle aree urbane dei loro paesi d’origine, già sovraffollati e spesso estremamente poveri.

    © Alessandro Grassani

    Monika Bulaj e la sua mostra “Aure” sul comun denominatore tra le tre religioni del Libro (ebrei, cristiani e musulmani) è inserita in modo perfetto in una vecchia chiesa, dove la penombra e i tagli di luce che provengono dalle finestre rendono l’esperienza artistica ancora più affascinante, quasi metafisica.

    © Monika Bulaj

    La Bulaj si muove secondo me nel solco del grande Steve McCurry: reportage in cui la componente estetica prevale sull’idea di progetto vera e propria. Bellissime immagini che hanno senso e pregnanza sia prese singolarmente che accomunate dal fil rouge di una mostra o una pubblicazione e che grazie alla loro “bellezza” trascendono il ristretto palco degli addetti ai lavori, per divenire riferimenti universali: chi non ricorda “Afghan girl” o le foto di Sebastião Salgado?
    Sul versante opposto alla Bulaj trovo Giulio di Sturco con la prima parte del suo progetto sulle città – aeroporto “Aerotropolis”. E’ un work in progress di cui a Cortona vediamo solo la prima parte: credo che una mostra come questa si possa  valutare solo guardandola nel suo complesso, quindi sospendo il giudizio. Prese singolarmente però trovo la maggior parte delle immagini in mostra abbastanza banali. Pollice in alto invece per l’ambientazione nei suggestivi ambienti dell’ex-ospedale cittadino: i cartelli ancora appesi alle pareti con le indicazioni per “cardiologia” o “tac” e le pareti con le piastrelle bianche donano un senso di straniamento.
    Curiosa la mostra Dream City, dell’olandede Anoek Stekeete, cominciato nel 2006, è un reportage  sui parchi di divertimento di tutto il mondo, in posti impensabili come il Ruanda, Beirut, l’Iraq o l’Afghanistan.
    La mostra American Faith di Christopher Churchill è un reportage classico in bn sulle orme di “Americans” di Robert Frank, con numerose belle immagini.
    Massimo Siragusa con “Teatro d’Italia” dà una prospettiva inusuale di luoghi più o meno famosi del nostro Belpaese, in una mostra ambientata nella Fortezza Girifalco a Cortona (vedendola mi è venuto un tuffo al cuore: a quando una bella mostra di fotografia in quella splendida location che potrebbe essere il Castello di Brescia?). Però confesso che l’approccio asciutto e metafisico dell’artista siciliano non è di quelli che mi scalda il cuore.

    © Jon Lowenstein

    Jon Lowenstein dell’agenzia Noor con Aftershock Haiti (Master Hasselblad Award 2012 nella sezione Editorial), fotografa in maniera molto intimista e rarefatta la situazione che ha devastato Haiti nel 2010: sicuramente un approccio diverso rispetto ai reportage di moda oggi.

     

    Guarda la fotogallery e i link ai lavori degli autori :

    CORTONA ON THE MOVE
    International Photo Festival Fotografia IN Viaggio
    18 Luglio – 30 Settembre 2012
    www.cortonaonthemove.com

    www.kitracahana.com

    www.carlobevilacqua.com

    www.monikabulaj.com

    www.alessandrograssani.com

     

    Mostra fotografica di Pozzoli e Catellani @ Wave Photogallery Brescia

    Nuova mostra fotografica Brescia

    E’ in arrivo a Brescia la doppia mostra fotografica  di  Susanna Pozzoli e Dario Catellani. Dopo le recenti  esposizioni  di Stefano Pasini e Tom Wool, inaugura venerdì 11 maggio, ore 19.00 alla Wave photogallery di Brescia il lavoro intimista ed incentrato sulla memoria di Susanna Pozzoli e quello più eclettico del fotografo di moda ormai da anni residente a New York.
    DARIO CATELLANI
    “the red-eye collection”
    a cura di Marco Scotti

    Il fotografo, attualmente residente a New York, espone questa nuova mostra fotografica a Brescia  negli spazi di Wave Photogallery di Renato Corsini: cinque serie di scatti che raccontano, in quella che può essere definita la sua prima grande mostra monografica italiana, le proprie ricerche e i suoi percorsi attraverso il filo conduttore dei continui spostamenti tra studio, set e città del fotografo contemporaneo, che si ritrova costretto a viaggiare di notte per ottimizzare le ore di lavoro – da qui il titolo – e continuamente immerso in città e spazi che è costretto ad osservare per tempi brevissimi e continuamente in movimento: le sue fotografie raccontano così di metropoli, di corpi e di oggetti attraverso uno sguardo unitario che rende i differenti discorsi straordinariamente coerenti.

    www.dariocatellani.com

     

    SUSANNA POZZOLI
    “passato prossimo”
    a cura di Ilaria Bignotti


    Quali sono le immagini che la memoria conserva? Quali i ricordi che il tempo non riesce a cancellare? Dove si nascondono le tracce della vita, del lavoro, degli amori e dei drammi di una famiglia? La fotografia di Susanna Pozzoli raccoglie, scatto dopo scatto, un album di immagini che sono parole e pieghe, tracce e segni di un tempo e di uno spazio intimi e personali, eppure, al contempo, collettivi nel loro esporsi e raccontarsi, agli occhi del pubblico. In attesa di un dialogo dove ciascuno è invitato a ricostruire il proprio passato prossimo.

    www.susannapozzoli.com

    inaugurazione venerdì 11 maggio, ore 19.00 dall’11 maggio al 12 giugno alla wavephotogallery via trieste 32
    brescia

     

    Wool e Simonazzi – Mostra fotografica a Brescia

    Doppia mostra fotografica portata a Brescia dal fotografo Renato Corsini della Wave Photogallery.

    Papua Nuova Guinea - Copyright Tom Wool

    Con il progetto ONE, il fotografo Tom Wool presenta una selezione di ritratti frutto di una ricerca antropologica e fotografica che lo ha portato nei luoghi più remoti della civiltà, dal Tibet al Kenya, dalla Tanzania al Marocco, dalla Papua Nuova Guinea fino all’Iran e al Venezuela. Il fotografo ha scelto sfondi decontestualizzanti bianchi, che eliminando l’ambiente circostante sospendono il giudizio e mettono in luce il soggetto ritratto e quindi le caratteristiche comuni a tutto il genere umano. È un lavoro di contaminazione tra foto giornalismo e fine art, documentazione e ritratto.

    L’altra mostra esposta alla Wave è quella di Paolo Simonazzi: “Mondo piccolo”, un esplicito riferimento all’universo umano creato da Giovannino Guareschi nell’immediato dopoguerra, quei paesaggi e quelle atmosfere della fetta di terra che si snoda lungo le rive emiliane e lombarde del Po, in particolare nelle zone di Parma, Reggio Emilia e Mantova con la saga del parroco Don Camillo e del sindaco comunista Peppone.  Atmosfere quasi metafisiche, congelate nel silenzio nebbioso di questa parte di pianura padana: la campagna, le rogge e il Po, i pioppeti, i cimiteri sotto la neve, le piazze addormentate nella notte, che sarebbero piaciute a De Chirico e a Luigi Ghirri, mentre alcuni ritratti richiamano l’intensità espressiva di quelli di August Sander.

    Inaugurazione giovedì 5 aprile, ore 19.00
    dal 5 aprile al 3 maggio

    wavephotogallery
    via Trieste 32
    Brescia.

     

    Mostra fotografica Guardami – Salo’, Brescia

    Ecco un’interessante mostra fotografica a Salo’ segnalatami dall’amica e blogger Maria Zanolli (www.mariazanolli.com). Si tratta di uno sguardo sulla bellezza femminile di alcune donne (Cinzia Rossetti, Annalisa Belotti, Soledad Barrios, Riccarda Ambrosi, Irene e Benedetta Venditti) accomunate dal fatto di essere diversamente abili e immortalate negli scatti di numerosi fotografi bresciani e non solo. Il progetto nasce da un primo contatto tra Cinzia Rossetti ed il quotato fotografo  torinese Paolo Ranzani (www.paoloranzani.com).

    17 ragazze, immortalate da 15 fotografi accolgono il visitatore in una esposizione molto particolare. Elementi speciali, capaci di  esaltare il valore delle immagini e delle parole come il sottofondo musicale, composto ed interpretato al pianoforte dal M° Giampietro Tonoli e l’arredo olfattivo studiato da Brigida Di Maio con l’ essenza Ivory di Osmotique Milano, sono la  cornice all’evento.

    Con le fotografie di Vasilios Valassis, Paolo Ranzani, Francesco Cancarini, Tiziana Arici, Mauro Sestili, Francesco Collina, Silvia Del Medico, Pinella Palmisano, Giorgio Gambuti, Michelangelo Gratton, Eros Maggi, Antonella Ricciotti, Alberto Terrile, Simone Morciano, Matteo Visentin.

    La mostra, in collaborazione con il fotoclub Salo’ inugura nella Sala Vantini del Comune di Salo’ domenica 11 Marzo e rimane visibile fino al 25 dello stesso mese.

     

    Guardami
    a cura di Gianlidia Tonoli
    Salo’ , Brescia , Sale “Vantini”
    Comune di SalSalo’ Lungolago Zanardelli, 55
    11 marzo 2012 – 25 marzo 2012
    Inaugurazione:
    domenica 11 marzo 2012 ore 15
    Orari mostra:
    Sabato e domenica:
    10.00-12.00/ 15.30-19.00
    da lunedi a venerdi: 16.00-18.00
    Ingresso libero

    Doppia mostra fotografica “Not so far” e “Handmade, only one” – Wave Photogallery, Brescia

    Fino al 1° marzo a Brescia ghiotta occasione per ammirare le potenti immagini del fotografo cremasco Stefano Pasini curate da Sandro Iovine, direttore della rivista “Il fotografo” e forse il critico fotografico più acuto oggi in Italia (http://sandroiovine.blogspot.com). Immagini a colori desaturate, scattate al Cairo, in India , in Africa con angoli di ripresa dal basso e in super wide che ti buttano direttamente all’interno della scena.

    Copyright Stefano Pasini

    Ho apprezzato molto l’uso della post produzione che ha fatto l’autore: con un uso accorto della saturazione e delle vignettature riesce a catturare l’occhio dello spettatore senza scorciatoie banali, aggiungendo pathos e impatto alle immagini. Magari dopo un po’ l’occhio si abitua e alla lunga questi effetti risultano ripetitivi (come nella photogallery di Pasini su Flickr), ma sicuramente sull’immagine singola donano una forza indiscutibile. E concordo anche sulla definizione di Pasini e di Iovine quando parlano di “immagine” e non di “fotografia”: l’importante è trasmettere un’emozione, poco importa se usando una mascheratura in camera oscura o ricreando lo stesso procedimento in Photoshop. Forse un approccio più da “autore” e meno da fotoreporter alla Cartier-Bresson (che non concepiva nemmeno il crop di una foto…) : qui si aprirebbero dibattiti infiniti sulla fotografia come arte o documento e sulla pretesa oggettività dell’immagine fotografica. Argomenti da approfondire in futuro, in un bel post ad hoc. Per chi vuole approfondire segnalo l’articolo interessante sul British Journal of Photography (in inglese) sullo studio di post produzione romano 10b Photography, quello che con la sua post produzione ha contribuito a far vincere 2 World Press photo 2012 a Yury Kozirev e Francesco Zizola.

    Comunque, per un amante del foto-giornalismo come me un vero piacere per gli occhi e per la mente, probabilmente la mostra fotografica più bella che ho visto a Brescia negli ultimi anni.

    Inoltre, in occasione del finissage della mostra il 1° marzo alle 19 è previsto un intervento del curatore Sandro Iovine che parlerà del lavoro di Pasini.

    not so far fotografie di Stefano Pasini a cura di Sandro Iovine

    In abbinata alla mostra di Pasini, sempre alla Wave Photogallery di Brescia, è presente la collettiva “handmade, only one” di diversi fotografi, con opere di bonomo faita, flavio bonetti, gianni pezzani, giovanna magri, giuliano radici, joy goldkind, luxardo, manfred h. theupen, paolo gioli, paolo mucciarelli, renato corsini, roberto radici Fino al 1° marzo 2012 WAVE PHOTOGALLERY via Trieste 32/a Brescia – Italy Tel. +39 030 2943711 tuesday – saturday 14:00 – 20:00

    Mostra fotografica a Brescia “Fuori i secondi” sulla boxe – maggio 2011

    Dentro un ring o fuori non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra.
    (Muhammad Ali).

    Martedì 3 Maggio alle ore 19,00 alla WavePhotogallery di Brescia verrà inaugurata la mia mostra fotografica “Fuori i secondi”, reportage fotografico sul pugilato. Tutto nasce una sera di maggio del 2010 quando al palazzetto San Filippo di Brescia la Loreni Boxe con il club San Rocchino organizzò la “Notte delle stelle” riportando la grande boxe a Brescia. Per me, che non avevo mai visto un incontro dal vivo, fu amore a prima vista. Influenzato dalle pellicole statunitensi sull’argomento, prima tra tutti Toro scatenato di Martin Scorsese, non ho avuto dubbi sulla resa in bianco e nero del progetto. Da quella sera è iniziato un percorso di scoperta del fenomeno boxe che ha visto passare da Brescia e dalla scuderia Loreni alcuni tra i pugili più promettenti a livello internazionale: Brunet Zamora “El italian salsero” (campione del mondo Wba superleggeri), Leonard Bundu (titolo europeo welter), Matteo “Grissino” Modugno (campione italiano dei massimi) o l’idolo locale Cristian Dolzanelli.

    Il progetto mi ha poi portato a Brescia, in via Zara 43, dove seminascosta da un condominio, si trova la gloriosa Mariani Boxe Ring Brescia, nata alcuni anni fa dalla fusione fra le due realtà storiche, la Mariani del 1951 e la Boxe Ring Brescia del 1958. Un luogo mitico, dove dai muri trasudano anni di fatica e d’impegno. In questo lavoro ho cercato di rivolgere l’obiettivo su atleti, allenatori, pubblico e tifosi, sulle sconfitte ma anche sulle vittorie, a testimoniare una realtà di grande intensità emotiva.

    Insomma: storie di pugili e sport, ma soprattutto di vita.